Il Ministero dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare e Forestale (MASAF) ha reso operativo il decreto attuativo sui contratti di filiera per pesca e acquacoltura. Uno strumento concreto per ridurre la volatilità dei prezzi. Che in pochi, nel settore ittico italiano, stanno usando.
Il meccanismo è semplice: accordi pluriennali formali tra produttori, trasformatori e distribuzione, con regole definite su prezzi, volumi e durata. Non è una novità in assoluto — i contratti di filiera esistono da anni in altri comparti agroalimentari — ma la loro applicazione alla filiera ittica è recente e ancora poco diffusa.
I vantaggi sono diretti: meno rinegoziazioni aggressive a ogni campagna, meno esposizione alle oscillazioni stagionali dello spot, più prevedibilità nei flussi di cassa per tutti gli attori della catena. Per le specie ciclicamente instabili — merluzzo, orata, gambero — la differenza tra lavorare a contratto e lavorare a spot può valere diversi punti percentuali di margine.
Il problema reale non è normativo: è culturale. La maggior parte delle aziende ittiche italiane considera questi strumenti "roba da cooperativa" o da grande distribuzione strutturata. In realtà sono accessibili anche per operatori di medie dimensioni che lavorano con GDO, gruppi HoReCa o industria conserviera.
Chi ha relazioni consolidate con i propri clienti e forniture regolari ha già le condizioni per formalizzare accordi di questo tipo. Lo strumento c'è. La volontà di usarlo è un'altra storia.
Per chi vuole approfondire come strutturare contratti di filiera nel proprio contesto operativo, il tema si presta a una consulenza specifica sulla gestione del rischio di prezzo.