Salmone norvegese: prezzi strutturali alti, è ora di diversificare

A febbraio 2026 la Norvegia ha esportato oltre 850 milioni di euro di salmone atlantico, con un incremento del 10% nei volumi e del 5% nel valore rispetto all'anno precedente. Un dato positivo in apparenza — ma che nasconde una fragilità strutturale che ogni operatore italiano dovrebbe conoscere.

L'Italia dipende dalla Norvegia per oltre il 90% del proprio fabbisogno di salmone. Una concentrazione che espone l'intera filiera — dai distributori ai buyer HoReCa — a un rischio significativo: quello di non avere alternative quando il mercato si stringe.

E il mercato si sta già stringendo. Le autorità norvegesi hanno respinto 9 domande per nuovi allevamenti nell'Hardangerfjord per ragioni di impatto ambientale. Nessuna espansione significativa della capacità produttiva è prevista nel breve-medio periodo. Il risultato diretto? Prezzi strutturalmente elevati, senza possibilità di correzione da parte dell'offerta.

Per chi importa salmone in Italia, la lettura è chiara: aspettare non è una strategia. Le origini alternative esistono — Cile, Scozia, Isole Faroe — e hanno profili qualitativi competitivi con la produzione norvegese. Costruire relazioni con fornitori alternativi richiede tempo e lavoro di sviluppo: chi inizia ora si troverà in una posizione di vantaggio quando i vincoli di approvvigionamento si faranno sentire.

La concentrazione su un'unica origine geografica non è un vantaggio competitivo. È un'esposizione al rischio che, in un mercato con domanda HoReCa in crescita del 15,6% e capacità produttiva bloccata, può tradursi rapidamente in perdita di clienti e margini compressi.