Per il secondo anno consecutivo la pesca del krill antartico nell'Area 48 ha raggiunto il trigger level CCAMLR di 620.000 tonnellate — una soglia precauzionale, non il massimo teoricamente prelevabile. Il vero nodo, però, non è quanto krill si può pescare, ma dove e quando.
Dal 2025 la Conservation Measure 51-07, che fino alla stagione 2024 ripartiva il trigger level tra le diverse sottoaree per evitare concentrazioni dannose di sforzo di pesca, è scaduta senza un sistema sostitutivo condiviso. Nel frattempo, il processo di ricertificazione MSC della pesca del krill ha raccolto obiezioni formali da WWF e Antarctic and Southern Ocean Coalition, riaprendo il confronto sulla qualità della gestione.
Il tema riguarda direttamente anche la filiera italiana dell'acquacoltura. Il krill è una materia prima sempre più richiesta per i mangimi d'allevamento, in un momento in cui la produzione acquicola mondiale cresce mentre l'offerta di farina e olio di pesce da fonti tradizionali resta sostanzialmente stabile.
Una governance più contestata sulla cattura del krill può quindi incidere, nel medio periodo, su disponibilità e certificazioni delle materie prime che arrivano ai mangimifici italiani — un fattore da monitorare per chi dipende da questi ingredienti per l'acquacoltura nazionale.