Lo spazio marittimo italiano è al centro di una contesa strutturale tra transizione energetica e pesca professionale. Sono oltre 128 i progetti eolici offshore attualmente in valutazione in Italia, per un potenziale complessivo che supera gli 81 GW.
Se realizzati secondo i piani attuali, questi impianti ridurrebbero le acque italiane accessibili alla pesca a strascico dal 32% a meno del 25% del totale, con un impatto stimato su oltre 4.000 posti di lavoro, concentrato soprattutto in Sicilia, Puglia e Sardegna — le regioni dove la pesca a strascico ha ancora un peso economico rilevante.
Il settore ittico non si oppone alla transizione energetica in quanto tale, ma contesta una pianificazione dello spazio marittimo che finora ha ignorato le rotte di pesca storiche e le zone di maggiore produttività. In risposta alle pressioni del comparto, il MASAF ha annunciato la creazione di una mappa nazionale dello sforzo di pesca, pensata per integrare le esigenze della pesca professionale nella pianificazione degli impianti offshore.
Per chi gestisce filiere di sourcing basate su pescato italiano, il punto centrale non è la cronaca del conflitto ma la sua direzione di lungo periodo: una contrazione strutturale, non congiunturale, delle aree di pesca nazionali accessibili. Chi pianifica oggi la propria filiera dovrebbe iniziare a considerare una dipendenza import ancora più marcata come scenario di base per i prossimi anni, non come un rischio remoto da monitorare in futuro.