La Cina non è più soltanto uno dei grandi compratori di salmone atlantico: sta costruendo la propria capacità produttiva. Nella stessa settimana Undercurrent News ha riportato due segnali che vale la pena mettere in fila.
Il primo riguarda Qingdao Guoxin, gruppo statale che punta a 5.000 tonnellate l'anno da un impianto di acquacoltura a ricircolo (RAS) a terra: l'avvio dei lavori è atteso entro fine 2026. Il secondo è un produttore dello Shandong, che prevede 6.000 tonnellate nel 2026 e punta a una capacità di 10.000 tonnellate, con lo sguardo rivolto all'export verso Giappone e Corea del Sud.
Perché conta per chi importa. La Cina è uno dei motori della domanda di salmone atlantico allevato in Norvegia e in Cile. Ogni tonnellata prodotta localmente è, in linea di principio, una tonnellata che non deve attraversare il mondo: se i progetti mantengono le promesse, nel medio periodo l'Asia pesa meno sugli acquisti dall'estero e più sulla concorrenza per i mercati vicini, come Giappone e Corea.
Cosa non dicono questi numeri. Si tratta di volumi ancora molto piccoli rispetto ai produttori storici, di impianti in fase di avvio o di progetto, e di tecnologie RAS che richiedono tempo per arrivare a regime. Non è una svolta immediata, è un segnale di direzione.
Cosa fare. Per operatori e importatori italiani non serve cambiare gli acquisti oggi, ma inserire un'ipotesi nei piani 2027: una domanda asiatica meno aggressiva sul salmone significa, a parità di offerta, più margine di manovra sulla disponibilità europea. Vale la pena seguire gli avanzamenti dei progetti e le prime esportazioni verso Giappone e Corea, che diranno molto sulla loro reale competitività.
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