Menhaden: la pesca che alimenta l'acquacoltura mondiale rischia un taglio del 50%

Il menhaden atlantico (Brevoortia tyrannus) è un pesce piccolo e oleoso della costa atlantica degli Stati Uniti che quasi nessuno vede mai al banco del pesce, ma che pesa su un anello cruciale della filiera globale dell'acquacoltura: è tra le principali fonti mondiali di farina e olio di pesce, gli ingredienti che finiscono nei mangimi di salmone, gamberi e altre specie allevate — anche in Europa.

L'Atlantic States Marine Fisheries Commission (ASMFC), l'ente che gestisce la pesca lungo la costa atlantica USA, sta ora valutando un taglio fino al 50% del tetto di cattura nella Chesapeake Bay, attualmente fissato a 51.000 tonnellate. Il voto è previsto per novembre 2026.

La spinta arriva da un fronte inatteso: un crollo delle deposizioni di uova del falco pescatore (osprey) nella baia, con un calo del 20-30% — un dato peggiore della crisi legata al DDT degli anni '70-'80. Conservazionisti e associazioni di pesca ricreativa chiedono di lasciare più menhaden in acqua per la fauna selvatica; il settore della pesca industriale, dal canto suo, contesta il nesso causale diretto tra la propria attività e il declino degli uccelli, sottolineando differenze di tempistica tra la stagione di riproduzione e l'apertura della pesca.

Per chi in Europa acquista mangimi o prodotti d'allevamento, la questione non è così lontana come sembra: un taglio di questa portata stringerebbe l'offerta di una delle principali materie prime marine per i mangimi, con possibili ricadute sul costo del pesce allevato a valle della filiera. Un meccanismo che parte da un pesce quasi sconosciuto al consumatore finale, ma che arriva dritto ai listini.