Italia, la flotta copre meno del 20% del pesce che consumiamo

L'Italia produce con la propria flotta meno del 20% del fabbisogno nazionale di prodotto ittico. Lo ha ricordato Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca, in un'intervista a Pesceinrete del 22 settembre 2026, chiedendo all'Unione europea una tregua dopo anni di riduzioni delle giornate di pesca.

Trent'anni di erosione. I numeri citati da Federpesca raccontano un ridimensionamento profondo: la flotta ha perso il 40% delle imbarcazioni, gli occupati sono calati del 55% e le catture sono scese di oltre la metà rispetto ai primi anni '90. Oggi pesano anche il caro gasolio, che in alcune marinerie rende difficile giustificare l'uscita in mare, e aiuti pubblici che arrivano tardi rispetto all'emergenza.

Il meccanismo. Ogni riduzione di sforzo di pesca o di flotta non riduce il consumo: sposta la domanda sull'import. È la tesi di Federpesca, secondo cui ridurre ancora la pesca nazionale significa aumentare la dipendenza da prodotti provenienti da Paesi con tutele più deboli su lavoro, sicurezza e qualità alimentare.

Cosa significa per chi compra. Per importatori, grossisti e GDO la dipendenza dall'estero non è una fase ma la base del mercato. La conseguenza pratica è che il vantaggio competitivo si sposta sulla qualifica dei fornitori: audit, certificazioni, documentazione di origine e metodo di cattura o allevamento. Chi sa raccontare con dati la filiera dell'importato risponde meglio a un consumatore che associa ancora il "nazionale" alla qualità.

Da tenere d'occhio. Le decisioni UE di fine anno sulle possibilità di pesca 2027 e la revisione della politica comune della pesca diranno se la flotta italiana continuerà a ridursi. Per chi pianifica gli acquisti, ogni taglio in più è un'indicazione su dove crescerà la domanda di importato.