Italia primo mercato del pesce spagnolo: cosa significa per chi compra

L'Italia è il primo mercato dell'export ittico spagnolo. Lo dicono i dati 2025 dell'Informe Anual de Comercio Exterior del ministero spagnolo dell'Agricoltura, Pesca e Alimentazione (MAPA): il nostro Paese assorbe il 28,5% di tutto l'export spagnolo di pesce, crostacei e molluschi, e il 38,3% di quello diretto verso gli altri Stati UE. Portogallo e Francia seguono, a distanza.

Per chi lavora in import e distribuzione è una conferma di quello che si vede ogni settimana nei camion: la Spagna è la nostra piattaforma di prossimità. Tempi di consegna brevi, gamma ampia, un tessuto di lonjas, grossisti e trasformatori abituati a lavorare per il cliente italiano.

Ma è anche un dato di dipendenza. Dietro l'etichetta "Spagna" passano realtà molto diverse: pescato della flotta costiera, prodotto sbarcato da flotte spagnole in acque extra-UE, materia prima importata e lavorata nella penisola iberica. Trattarla come un'unica origine significa perdere informazioni utili su qualità, disponibilità e rischio.

La domanda da farsi è semplice: quanto conosciamo della filiera spagnola a monte del nostro agente o grossista? Chi sa da quale porto, da quale flotta e da quale trasformatore arriva il prodotto negozia meglio, anticipa le carenze e può valutare quando conviene un rapporto diretto con il produttore.

C'è poi un tema di rischio concentrazione. Quando una parte così grande degli acquisti passa da un solo Paese, ogni evento locale — un fermo pesca, uno sciopero dei trasporti, una stagione corta su una specie chiave — si scarica direttamente sui nostri banchi. Mappare quali referenze dipendono davvero dalla Spagna, e per quali esistono alternative credibili, è un esercizio che conviene fare prima di averne bisogno, non durante la crisi.

In un mercato dove l'Italia è il cliente più importante, il potere contrattuale dovrebbe stare dalla nostra parte. Usarlo richiede però conoscenza della filiera, non solo del listino.