Nel mercato italiano delle conserve ittiche c'è un prodotto che tutti conoscono e pochi spingono: lo sgombro in scatola. Secondo i dati raccolti da Pesceinrete, il 62% degli italiani dichiara di mangiarlo (contro il 95% del tonno, indagine Nextplora), ma nelle ultime 52 settimane i volumi sono in leggero calo mentre il valore resta sostanzialmente stabile.
Il quadro generale è positivo: il mercato delle conserve ittiche è in leggera crescita nel 2025 secondo ANCIT su dati Istat. Ma la crescita è del tonno, che nel segmento tonno-sgombro pesa oltre il 90% del fatturato. Lo sgombro è sostenuto da promozioni e da un prezzo medio più basso, con buone performance delle private label.
Per chi lavora nella filiera il punto è questo: la base di consumatori esiste, manca la spinta. Lo sgombro ha argomenti che il tonno non ha, a partire dal contenuto di omega-3 EPA e DHA, e si presta a formati e ricette diversi. Origine dichiarata, metodo di pesca e pezzatura dei filetti sono leve che oggi il consumatore legge sullo scaffale.
C'è poi l'offerta. Lo sgombro del Nord-Est Atlantico è senza certificazione MSC dal 2019, e nel Regno Unito Princes ha spostato tutta la gamma sul sugarello cileno certificato, nonostante il parere scientifico 2027 indichi una forte risalita dello stock. È un segnale per chi compra per la GDO: la scelta della materia prima nelle conserve passa sempre di più dalla certificazione, non solo dalla disponibilità.
Chi oggi tratta lo sgombro come semplice complemento al tonno lascia scoperto uno spazio che le private label stanno già occupando.