Abu Dhabi punta a 30.000 t di pesce allevato a terra

Gli Emirati Arabi Uniti accelerano sull'acquacoltura a terra. L'8 ottobre QITAF Holding, controllata di Abu Dhabi National Investment and Development, ha firmato un memorandum d'intesa con la giapponese Global Academy per esplorare un grande impianto di allevamento a ricircolo (RAS) ad Abu Dhabi.

Il progetto prevede sistemi modulari che trattano e riutilizzano l'acqua, con monitoraggio IoT, intelligenza artificiale, controllo automatico della qualità dell'acqua e alimentazione avanzata. Le specie indicate sono cernia (hamour), cobia, spigola, lutiano, rombo, halibut e gambero. Il target è di circa 30.000 t l'anno, ma solo a pieno regime, da raggiungere per fasi e subordinato a studi di fattibilità e autorizzazioni.

L'obiettivo dichiarato è la sicurezza alimentare: rafforzare la produzione interna e ridurre la dipendenza dall'import di prodotti ittici, con la possibilità di servire anche mercati regionali. Non è un caso isolato: lo stesso volume era già stato legato a un obiettivo al 2030 in un accordo con un'altra società giapponese, e nella regione sono allo studio altri impianti a terra, anche per il salmone.

Per la filiera mediterranea il punto è concreto. Il Golfo è un mercato di sbocco premium per spigola e orata allevate in Grecia, Turchia e Italia. Un MoU non è ancora un impianto, ma indica la direzione: quando la produzione locale arriva, il prodotto che compete solo sul volume è il primo a perdere spazio.

Resta il vantaggio di chi sa offrire freschezza, costanza delle pezzature e servizio logistico. È lì che gli esportatori devono posizionarsi prima che i progetti diventino tonnellate.