Acquacoltura: produrre di più non basta, prima serve chi compra

Più impianti e più volumi non garantiscono un'acquacoltura che cresce. È la tesi del rapporto "Unlocking Investment in U.S. Aquaculture" di Hatch Blue, ripreso da Pesceinrete. Gli Stati Uniti importano tra il 70 e l'80% dei prodotti ittici che consumano, e l'allevamento nazionale resta relativamente piccolo nonostante l'interesse degli investitori.

Il motivo è che chi finanzia non guarda solo alla tecnologia o alla capacità produttiva. Contano i tempi delle autorizzazioni, le infrastrutture, i costi operativi e soprattutto la capacità di raggiungere i clienti con continuità. Un progetto tecnicamente valido può restare senza finanziamento se le condizioni commerciali sono deboli.

L'esempio più chiaro arriva dalle alghe coltivate in Alaska: produzione ai massimi, ma nel 2022 oltre metà del raccolto non è stata venduta, e nel 2023 circa un terzo. Le alghe che non si vendono subito vanno stabilizzate, essiccate o trasformate: senza impianti e compratori, più volume peggiora i conti invece di migliorarli. In allevamento, poi, si spende per mesi o anni prima di incassare.

Per l'Italia, che secondo Eurostat ha allevato 98.051 tonnellate nel 2024 (9,7% della produzione UE, quarto produttore), la lezione non è produrre meno ma far crescere insieme produzione e mercato. GDO, HoReCa e trasformazione chiedono pezzature, formati, volumi e continuità diversi. Concordarli prima di espandere riduce il rischio per l'allevatore e dà al buyer forniture più stabili e specifiche più chiare. Un programma d'acquisto firmato prima della semina vale più di una vasca in più.